FIAT LUX - pjesë e shtatë (Xhojsi)

Quando ho compiuto sessant’anni, ormai molto tempo fa, con mia moglie feci un viaggio in Giappone, e visitai il tempio di Ise. Sa perché è importante il tempio di Ise?
Viene distrutto e rifatto ogni vent’anni. In Oriente l’eternità non è costruire per sempre, ma di continuo. I giovani arrivano al tempio a vent’anni, vedono come si fa, a quaranta lo ricostruiscono, poi rimangono a spiegare ai ventenni. È una buona metafora della vita: prima impari, poi fai, quindi insegni. Sono i giovani che salveranno la terra. I giovani sono i messaggi che mandiamo a un mondo che non vedremo mai. Non sono loro a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere - Renzo Piano

L’insegnamento principale del tempio, che si rinnova ogni 20 anni mantenendo la sua essenza, è che la Tradizione, rappresentata dal Tempio stesso, deve essere riciclata e rigenerata pur rimanendo la stessa. Questo rappresenta una mentalità differente rispetto all’Occidente e al moderno Renzo, che relega il fenomeno a un significato periferico rivolto ai giovani, ai maestri, al Ministero dell’Istruzione, eccetera, roba simile. È proprio il caso di una spiegazione surrogata quando quella autentica non è conveniente

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Nel corso dei suoi viaggi, Freud ha esitato a lungo prima di visitare Roma. La Città Eterna ai suoi occhi aveva un grande valore simbolico, tanto da spingerlo ad affermare che “il mio desiderio di andare a Roma è profondamente nevrotico”.
La capitale dell’Impero romano costituisce per Freud un vero e proprio simbolo: Roma simbolizza per Freud il punto di arrivo di un tortuoso e difficile percorso; la visita della città appare come una vera e propria conquista. Per questo, Freud si paragona esplicitamente al condottiero cartaginese Annibale.
Nei suoi primi viaggi in Italia, Freud si ferma a pochi chilometri da Roma; colpito da un violento attacco attacco d’ansia, Freud decide di scendere dal treno, per tornare indietro. Ha inizio la “fobia di Roma”, che il Padre della Psicoanalisi analizzerà grazie ai suoi sogni.
“Avevo allora seguito le tracce di Annibale; come lui, non ero riuscito a vedere Roma; e anche Annibale era andato in Campania, quando il mondo intero lo aspettava a Roma. Annibale, al quale ero pervenuto a somigliare per questi aspetti, era stato però l’eroe favorito dei miei anni di ginnasio; al pari di molti coetanei, durante le guerre puniche avevo rivolto le mie simpatie non ai Romani ma al Cartaginese.
Quando poi, nel ginnasio superiore, capii meglio che cosa vuol dire appartenere a una razza straniera, e le agitazioni antisemitiche dei miei compagni mi costrinsero a prendere una posizione definita, la figura del condottiero semita s’innalzò ancor più ai miei occhi.
(…)
Annibale e Roma simboleggiavano, per me adolescente, il contrasto fra la tenacia dell’ebraismo e l’organizzazione della chiesa cattolica, mentre la crescente importanza assunta dal movimento antisemitico sulla nostra vita affettiva contribuiva a fissare i pensieri e i sentimenti di quei lontani giorni.
Così il desiderio di andare a Roma è diventato, per la vita del sogno, pretesto e simbolo di molti altri ardenti desideri, la cui realizzazione potrebbe essere perseguita con la costanza e la dedizione del cartaginese, benché il loro appagamento sembri per il momento tanto poco favorito dal destino, quanto la suprema aspirazione di Annibale di entrare in Roma.
(…)
E ora soltanto m’imbatto nell’esperienza della mia infanzia che manifesta ancor oggi il suo potere su tutte queste sensazioni e questi sogni. Avevo forse dieci o dodici anni, quando mio padre incominciò a portarmi con sé nelle sue passeggiate e a rivelarmi nelle conversazioni le sue opinioni sulle cose di questo mondo.
Così, una volta, mi fece questo racconto per dimostrarmi quanto migliore del suo fosse il tempo in cui ero venuto al mondo.

-Quand’ero giovanotto, mi disse, un sabato andai a passeggio per le vie del paese dove sei nato. Ero ben vestito, e avevo in testa un berretto di pelliccia, nuovo. Passa un cristiano, e con un colpo mi butta il berretto nel fango urlando: “Giù dal marciapiede, ebreo!”
-E tu che cosa facesti?, domandai io.
-Andai in mezzo alla via e raccolsi il berretto, fu la sua pacata risposta.

Ciò non mi sembrò eroico da parte di quell’uomo grande e robusto che mi teneva per mano.
A questa situazione, che non mi soddisfaceva, ne contrapposi un’altra, molto meglio rispondente alla mia sensibilità, la scena cioè in cui il padre di Annibale, Amilcare Barca, fa giurare al figlio davanti all’ara domestica che si vendicherà dei Romani. Da allora in poi Annibale ha avuto un posto nelle mie fantasie”.

Freud spiega perfettamente il meccanismo del suo ateismo come debolezza spirituale e mancanza di cuore. Lui, l’ebreo moderno (dunque non solo lui), è diventato ateo a causa delle persecuzioni subite dai cristiani, e inoltre per la mancanza di pietà per il Padre o la figura paterna che, secondo lui, rappresenta Dio nella percezione filiale. Un vero figlio non dovrebbe provare vergogna per l’umiliazione del padre, ma pietà. Probabilmente Freud non è stato nemmeno un vero padre quando ha generato figli biologici.

Perché tutti stanno bene nella barca, che è talmente piena da fare acqua: ci stanno bene appunto perché è piena, e tutti fanno attenzione a non fare un movimento qualsiasi per paura che la barca si vuoti. Ma la barca sta riempiendosi d’acqua: tutti lo sanno e nessuno si muove. Questa è la condizione dei tardi imperi, della ricchezza esagerata, dei popoli affamati che si siedono sull’altra sponda e per adesso guardano e crepano, ma prima o poi arrivano e si sfamano. Questa è la situazione ideale per la satira (Petronio, Apuleio): tutti sono molto lucidi, tutti sanno che fra poco succederà una catastrofe: ma contemporaneamente nessuno vuol rinunciare a godere e si gode sfrenatamente, quasi a voler esorcizzare l’imminenza del disastro. E per chi sa guardare, la satira diventa automatica - Fabrizio De André, Diari

Ma come si fa ad essere cosi coscienti per la situazione apocalittica e nello stesso tempo di esser uno che si diverte assai nel ponte del Titanico? Unica spiegazione è che l’uomo è un suicida per la natura.

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Non ho simpatia per gli altri. Eppure la scontentezza di me arriva al delirio. Detesto gli altri quanto detesto me stesso. Chi si odia non ama nessuno. Ma l’odio di sé è di natura tale che nemmeno il demonio è così sottile da saperne sbrogliare i fili o seguirne i meandri - Emil Cioran

Cioran è più grande di Gesù perché ha capovolto la sua frase “ama il tuo prossimo come te stesso”, e in un apocrifo, che Cioran l’ha letto, Gesù continua a dire “solo allora sbroglierai il filo della matassa dell’odio diabolico”.

Ne avessimo come lui, era un uomo schietto e leale, nella vita e nel lavoro!

Si, era un santo.

Probabilmente non lo era, ma a me interessa l’ artista!

Non probabilmente, obbligatoriamente non era, e non doveva essere.

Non solo la collettività è estranea al sacro, ma fuorvia procurandone una falsa imitazione. L’errore che attribuisce alla collettività un carattere sacro è idolatria; in ogni epoca e in ogni paese è il crimine più diffuso - Simone Weil, La persona e il sacro

Di sicuro due pagine più in la si lamenterà per l’opposto che la collettività è banale e ci vuole idea del sacro per salvarla. Passatempo filosofico.

Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni - Frida Kahlo

Allora sei stata una realista surreale, così stano tutti in pace e tranquilli.

Non esiste l’arte fascista, sostiene Vittorio Sgarbi nel suo eccellente libro Arte e fascismo.

Non ascoltare Sgarbi, che ogni tanto spara cavolate, per di più interessate, come in questo caso, dicendo che l’arte è una cosa sublime fuori dalla politica, mentre allo stesso tempo vuole i soldi nel suo conto in banca sfruttando la posizione elevata in politica. L’arte è dentro la politica, come ogni altra attività culturale (perfino la scienza, che si ritiene neutrale); è intrisa di ideologia ed economia, ossia di soldi fino al collo. Il fascismo, come il comunismo, non è solo politica: è molto di più, è un’ambizione escatologica, con pretese messianiche di salvare il mondo. Dunque, c’era un’arte comunista, il cosiddetto realismo socialista, e c’è un’arte fascista molto simile, e a volte uguale, a quella comunista (esistono tonnellate di studi e di libri su questo tema). I futuristi e l’avanguardia italiana erano fascisti quando Mussolini era solo socialista; poi sono cambiati i ruoli insieme con il significato del termine ‘fascista’, che è stato politicizzato quando il fascismo è salito al potere. Allo stesso modo, tutti i primi avanguardisti russi (e non solo) erano comunisti come credo personale, e molti di loro avevano posizioni elevate in politica, come Kandinskij, Maleviç, Majakovskij, ecc. Con Stalin è cambiata la situazione e il significato del termine ‘comunista’. Tra i futuristi italiani e i cubofuturisti russi ci sono state relazioni fruttuose, e c’è stato un incontro anche tra il fascista Marinetti e il comunista Majakovskij. Come sempre, un’altra testimonianza che la cultura è il regno della falsità sacrificata per gli interessi del presente.

D’accordo, ma non ho capito però l’ultima frase.

L’ultima frase è l’essenza del tutto detto in precedenza. In breve con altre parole, il termine “fascista” cambia il senso come camaleonte con passar del tempo. Cosi c’era un fascismo prima della salita in potere del Duce, poi un altro con Duce in potere, e anche un altro ancora dopo Duce, finche nell’innominabile attuale il termine degrada in una parolaccia; invece di dire ad qualcuno “mascalzone” si può dire meglio e con più emozione “fascista”. Per capire quanto è falso l’uomo e la sua cultura: il fenomeno riscontrato nei paesi che hanno sofferto il fascismo come Italia, è esattamente lo stesso riscontrato nei paesi che hanno sofferto il comunismo dove la parolaccia che vola destra e sinistra è “comunista”. In definitiva l’uomo è un egoista egocentrico che cerca solo pretesti per esprimere l’odio micidiale contro il prossimo in ogni angolo del pianeta, e per di più convinto che il campanile del suo paesino rappresenta il pianeta. Si crede centro dell’universo, e per di più una creatura ributtante che non meritava di essere creato insieme con la sua cultura falsa e ributtante.

Un esempio vero di amicizia del pensiero nel rispetto della solitudine e del contrasto, fu l’amicizia fiorita tra Simone Weil e Gustave Thibon, il filosofo contadino che la ospitò nella sua campagna di Saint Marcel Ardèche in tempo di guerra. Lei era inizialmente diffidente verso un cattolico, conservatore, monarchico, vicino al regime di Vichy; lui confessò un’istintiva repulsione per la ragazza, anarchica, rivoluzionaria, operaista, che sembrava vivere tra le nuvole. Vissero a fianco per mesi, insieme lavorarono la terra, divisero il pane, lavarono i piatti e parlarono, parlarono di Platone sulla panchina di pietra, pur rispettando le solitudini. Si lessero e si criticarono, Thibon le fece notare che in lei mancava l’unità tra cielo e terra; e lei notò che il pensiero di lui non era abbastanza puro e nudo, disadorno. Avevano ragione entrambi: a Simone mancava la terra, la realtà, il senso dell’imperfezione; a Gustave mancava l’asciutta nudità dell’essenziale, la purezza dell’attenzione. Si scontrarono e alla fine si ritrovarono nella “tensione di fedeltà all’eterno che rende la nostra amicizia profondamente fraterna”, scrisse Thibon. Per Simone, che affidò a lui i suoi 11 quaderni, l’amicizia è una gioia gratuita, una grazia, un miracolo, una sorgente di vita. Ma la vera amicizia, avverte, non guarisce dalla solitudine, non la sfugge, duplica le sue gioie. Così l’eterea Simone e il terrestre Gustave si scoprirono compagni di solitudine, come un passero posato su un albero.

Non si fa letteratura con la sofferenza, o forse sì, letteratura si fa giocando con la sofferenza. Perché la solitudine, in ogni caso, è sofferenza, è persino la stessa cosa. Non esiste solitudine voluta; essa è sempre imposta dall’esterno, ma si rimuove la causa che è sempre esterna e appartiene alla storia dell’individuo. Non esiste un bambino che scelga di essere solo.
Senza ironia e senza intenzione di prenderli in giro, anche se tutto sembra comico (e tragico, come l’altra faccia della medaglia), l’ultimo caso di amicizia tra un maschio cattolico terrestre e una femmina marxista celeste, due solitudini trans contorte, poteva risolversi in un matrimonio cosmico, un’unità tra cielo e terra, facendo scomparire la solitudine sia in cielo che sulla terra.

Il genere artistico della parodia, che consiste nel produrre frasi come se fossero dette dai grandi artisti del passato, è il segno più chiaro e sicuro della fine della cultura, che la cultura e l’umanità sono allo stadio terminale.

Io, come credo anche altri, ci vedo solo una divertente associazione di personaggi (più o meno reali). Momento relax. Non c’è sempre bisogno di essere così profondi.

Il divertimento generale sotto forma di orgia collettiva culturale è un ulteriore segno dell’arrivo imminente della Fine. Ogni opera postmoderna, anche quelle considerate serie e profonde, è una parodia delle opere precedenti. È questione di clima.

Quando non c’era il “progresso” di oggi, c’era l’amore per il bello e per l’arte. Artigiani e maestri ci hanno lasciato opere di una bellezza unica. Cosa ammireranno le generazioni future della nostra arte?

La nostra arte va a braccetto con le nostre machine nel cortile di casa. Non si può aver tutto. Poi artigiani e maestri hanno smesso di fare artigianato quando se è capito che le macchine fano meglio dell’uomo.

La dittatura è un penne macroscopico con due palle microscopiche, mentre la democrazia è due palle macroscopiche con un pene microscopico.

Un romanzo deve essere astuto come serpenti e puro come colombe.

A detta di Deridda qualsiasi opera letteraria, anche geniale come indubbiamente la sua, è soltanto “residuo escrementizio”.

Risolto il mistero perché Deridda divide l’opera dell’autore, che infatti sono collegati, specialmente nel caso di Deridda.